Ortles Haute Trail Recap della gara

Dentro l'Ortles Haute Trail: come è andata l'avventura da 128km

128 chilometri, 8000 metri di dislivello e un ghiacciaio oltre i 3000 metri di quota. Se i numeri fanno impressione, vi assicuro che è la battaglia con se stessi a rendere l'Ortles Haute Trail un'avventura spietata.

Questa storia, in realtà, comincia molto prima dell'11 settembre 2026. Esattamente a febbraio, quando Marco De Gasperi ufficializza una nuova gara che farà il giro dell'Ortles. Il nome? Ortles Haute Trail. Vado subito a dare un'occhiata: il percorso ripercorre l'Alta Via dell'Ortles, un giro che avevo sempre voluto fare ma che, per motivi organizzativi, avevo sempre posticipato.

Inoltre, io che ho dato il nome al nostro brand ORTLES RUN, come potevo ignorare la faccenda? Il 23 febbraio, giorno del mio compleanno e a un paio di giorni dall'apertura delle iscrizioni, decido che questa sarà la mia gara lunga del 2026.

I Numeri e l'Attesa

I mesi passano veloci. Tre settimane prima dell'evento decido di provare un pezzo del percorso, da Bormio fino al rifugio Quinto Alpini, e capisco subito di che pasta è fatta questa gara. Partiamo con qualche dato per inquadrare la sfida:

  • Distanza: 128 km.
  • Dislivello: 8000 metri positivi.
  • Altitudine: La maggior parte del percorso si aggira tra i 2500 e i 3100 metri.
  • Difficoltà extra: Ghiacciaio da attraversare con ramponcini

Le notizie meteo nei giorni precedenti destano un po' di preoccupazione: ha fatto brutto tempo, ha piovuto e sopra i 2600 metri ha nevicato. La macchina organizzativa, però, lavora perfettamente ed è super aggiornata. Viene attivato il "kit freddo", che rende obbligatorio portare con sé strati termici extra.

La Partenza: Dai Prati al Ghiacciaio

Venerdì mattina, ore 9:30: si parte da Bormio. Prima, però, consueto controllo del materiale e ritiro del tracker GPS per essere sempre rintracciabili.

Partenza veloce in città, poi si passa a un tratto boschivo su un sentiero corribile. Conoscendo questa parte del percorso, so che bisogna andare piano per preservare le gambe, anche se l'adrenalina ti spingerebbe a fare il contrario. Ci si inerpica in un bel single track con vista su tutta la Val Zebrù, si supera il bivacco Costantini (2327m) e si scende in valle per affrontare la prima vera salita verso il Rifugio Quinto Alpini (2877m). Qui il paesaggio cambia: dai prati verdi ai sassi d'alta montagna, con le pendenze che aumentano vertiginosamente.

Dopo 3 ore decido di rilassare il ritmo. La gara è lunga e siamo appena al 25° km. Raggiunto il ristoro, riempio le flask e mangio un panino con la marmellata (sarà lo snack che mi accompagnerà per tutti i ristori finché... niente spoiler!).

Si scende per dirigerci verso il Passo Zebrù (3000m), dove troviamo i primi rimasugli della neve caduta nei giorni precedenti. La vista lassù è magnifica, un panorama quasi a 360 gradi. Ma non c'è molto tempo per pensare: bisogna raggiungere i rifugi Pizzini e Casati il prima possibile per via dei cancelli orari stretti prima del ghiacciaio. Ammetto che il mio pensiero è tutto lì: non sono mai stato su un vero ghiacciaio e non vedo l'ora.

Il ritmo rimane costante, tengo monitorati i battiti e, grazie ai ristori, mangio anche più del previsto. Salendo fa sempre più fresco ed è il momento di vestirsi: manicotti, guanti, gilet e fascia al collo per proteggermi dal vento. Per fortuna, il sole splenderà per entrambi i giorni di gara.

Arrivo al Rifugio Casati e mi trovo davanti la distesa del ghiacciaio che, con la neve fresca, sembra un piumone bianco e morbido. Le guide alpine ci dicono di mettere i ramponcini e si va! La traccia è ben segnalata e in leggera discesa. Ovviamente si scivola un po' a causa della neve smossa dai partecipanti precedenti. Mi sembra passi solo un minuto quando un'altra guida mi dice che posso togliere i ramponcini. Mi giro e penso: “Di già?”. Mi stavo divertendo troppo.

Segue una lunga discesa nella Val Martello fino al rifugio Nino Corsi, perdendo circa 1000 metri di quota, per poi attaccare un altro punto critico: il Passo del Madriccio (3123m). La salita è mortifera, lunga e con l'ultima parte decisamente in piedi. Ho scoperto da tempo di soffrire queste altitudini e, puntualmente, vado in affanno. Quando arrivo in cima, però, ho un primo piano dell'Ortles magnifico proprio al tramonto.

La Notte, la Nausea e il (Quasi) DNF

Altra lunga discesa verso Solda, dove c'è la base vita con la mia borsa dei ricambi. Arrivo alle 20:00 in punto, con mezz'ora di anticipo sulla tabella di marcia. Mi preparo per la notte: cambio calze passando alle Air Flow per sfruttare la compressione, indosso maglia a maniche lunghe, guanti, doppia fascia (collo e testa), canotta termica e giacca.

Dopo 20 minuti in base vita, accendo la frontale e parto su per una pista da sci. Dopo appena mezz'ora sento che qualcosa non va. Lo stomaco fa i capricci e subentra la nausea. Ho lo zaino pieno di gel, biscotti e barrette, ma mi viene da rimettere solo a pensarci. Mancando ancora metà gara, non è un buon segnale. I pensieri negativi prendono il sopravvento: so bene che se non si mangia in una gara del genere, è finita.

Arrivo al rifugio Serristori (2721m) accompagnato dai miei tormenti, mi siedo, bevo un po' di Coca-Cola e riesco a buttare giù solo un pezzo di cracker. La testa va totalmente in down; sento le energie svanire. Ci sono 14 km tutti in discesa fino al ristoro successivo nel paese di Stelvio. La discesa è il mio forte, ma io non corro più. Sprofondo in un baratro mentale per due ore lunghissime. Prendo la mia decisione: mi ritiro.

Al ristoro la mia prima frase ai volontari è: “Penso proprio di ritirarmi”. Spengo il Coros e carico l'attività su Strava con l'ennesimo titolo "DNF" della stagione. Devo aspettare qualche ora per tornare in paese. Mi copro, mi siedo e comincio a bere tè caldo. Ne berrò almeno mezzo litro. Chiacchiero con gli altri corridori e, passata una ventina di minuti, umore e stomaco migliorano. Provo a mangiare del pane con la marmellata e qualche biscotto. Nessun fastidio. Faccio la prova del nove con un gel: va giù senza problemi.

Colpo di scena: non avevo ancora comunicato ufficialmente il ritiro! Mi rivesto e dico: “Se mi vedete tornare entro 10 minuti vuol dire che mi ritiro, sennò vado avanti!”. Faccio pochi metri e mi accorgo di stare benissimo. Sono rinato.

L'Infinita Via Verso il Traguardo

Riparto verso il Passo dello Stelvio: 15 km e 1600 metri di dislivello positivo, senza sosta. Tengo un ritmo forte senza fare fatica, al freddo e al vento, il clima che preferisco. Comincio a superare chi mi aveva staccato durante la crisi, il che mi dà una sicurezza incredibile. Arrivo al Passo e recupero persino un ragazzo con cui ero al ristoro precedente, guadagnando 20 minuti.

Entro nel rifugio riscaldato, mangio riso, brodo e bevo Coca-Cola. Ma appena finito, un nuovo crollo: mi viene un sonno pazzesco. Non ho mai dormito durante una gara e non voglio iniziare ora. Dopo 40 minuti esco, ma alle 7 di mattina, con il sole che sorge e 24 ore di gara sulle gambe, la stanchezza mi travolge. Cammino sbandando. Arrivato alla Bocchetta di Forcola (2600m) tento una carta mai usata: mi butto per terra tra i sassi e dormo per 40 minuti. Al risveglio il sonno è passato, ma le energie sono a zero. Mancano 33 km, tutti in discesa.

La faccio corta: da lì in poi ho sempre camminato. Il pensiero fisso era il ritiro, ma ormai facevo prima ad arrivare a piedi. Ho smesso di mangiare, spegnendomi a ogni passo. Gli ultimi 10 km li ho trascinati sulla ciclabile a un passo di 13:50/km, con le gambe distrutte e i piedi doloranti. Conoscere il percorso è un'arma a doppio taglio: se stai male, sai esattamente quanto calvario ti aspetta.

Quando ho visto il paese, lo ammetto, mi sono messo a piangere. Mi è venuto in mente quanto ho sofferto per arrivare lì e sono crollato. Perchè ad un certo punto è stato tutto troppo: troppo dolore, troppo stanco, troppe ore in giro camminando.
Mi sono accostato e ho fatto finta di fare stretching un paio di minuti per far passare quella situazione, per ripartire verso l'arrivo. Non è stato il mio arrivo più bello, ma sicuramente il più desiderato.

Chiudo in 27 ore e 50 minuti (il pronostico era di 23-24 ore). Il crollo è evidente guardando i parziali:

Primi 56 km (4500m D+): 10 ore e 30 minuti
Ultimi 71 km (3500m D+): 17 ore e 20 minuti

Mentre scrivo è mercoledì, sono passati quattro giorni, necessari per far scendere il dolore fisico e ritrovare la lucidità.

Se ripenso alla gara mi rivedo al venerdì che sto bene, corro bene e sono circondato da paesaggi magnifici. E' stato un peccato che la mia gara sia terminata effettivamente a Solda, ma si sa, più è lunga la gara maggiori sono le probabilità che succeda qualcosa.

Ortles Haute Trail, hai tutte le carte per diventare un grande classico italiano delle lunghe distanze. Ti tiferò e mi porterò dietro il ricordo di me al Passo del Madriccio a guardare il sole scendere dietro l'Ortles.

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